A Macerata nasce un progetto eversivo per il calcio giovanile

2016-08-30_123324Ex giocatori e dirigenti parlano sul palco davanti alla platea attenta, al centro di una piazza storica, mentre a pochi metri una decina di bambini si rotola gioiosamente su cuscini di velluto, trasformando la piazza come meglio non poteva: in un campo di gioco. A Macerata sta nascendo un progetto che ha seri rischi di restare impopolare, perché vuole ribaltare i piani e lasciare la scena ai giovani calciatori: vogliono creare una scuola calcio in cui non si costruiscono giocatori bonsai, soldatini ubbidienti, ma bambini liberi, capaci di toccare il pallone con l’esterno del piede, la suola, di tacco. Fare rovesciate. Cercare l’uno contro uno, non il passaggio facile, il passa la palla, il due tocchi e via. Vogliono far rotolare il pallone, lasciare che i bambini e i ragazzi si sentano liberi, felici di giocare, autonomi, indipendenti dai loro stessi allenatori. Il gioco di squadra verrà, ma dopo.

Se in Italia il calcio di strada è sparito, non bisogna farne un dramma, ma prenderne atto. In Brasile la crescita del ceto medio e il proliferare di campi di calcio sintetici, come ha detto l’ultimo dei funamboli, Denilson, ha impoverito il talento brasiliano abituato a giocare per strada, per cui non siamo soli in questa crisi. Però c’è chi pensa che si possa fare qualcosa, reinventare un modo di addestrare i giocatori del futuro, prolungando l’infanzia sul campo di calcio. Andrea e Riccardo Venturini sono due fratelli marchigiani, genitori di due splendidi bambini e figli, a loro volta, di un allenatore. Hanno detto basta al calcio caserma che in Italia ha prodotto fallimenti, per dare vita a un piccolo rinascimento sportivo. Ce n’è bisogno? Fate voi: abbiamo 13 mila campi di calcio, 44 mila squadre con 670 mila giovani calciatori addestrati da 43 mila tecnici. Giocatori di talento prodotti? Zero. Nuovi Cassano? Zero. Nuovi Baggio? Zero. Tra i primi trenta vivai d’Europa, non c’è un club italiano. Al primo posto, slavi, spagnoli e francesi. Agli Europei abbiamo portato una nazionale di grande cuore, ma priva di talento. Non eravamo così, ma questo calcio sembra seriamente lo specchio di un Paese fermo e che un’indagine dell’Unione Europea ha fotografato in modo impietoso: nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni gli italiani sono all’ultimo posto per capacità di sognare. E senza sogni non ci sono progetti, non c’è azione, futuro, vita. Il calcio è un gioco bellissimo, ma che stiamo rovinando fin dalle scuole di avviamento: si punta più sull’emulare il Barcellona, e meno sulla tecnica. Pù sul fare bene una diagonale difensiva, che saltare l’uomo. Più sulle sovrapposizioni che sul dribbling. I fratelli Venturini, due tipi miti ma con l’energia dei pazzi scatenati, hanno chiamato un entusiasta allenatore, Simone Cicaré, e gli hanno chiesto di dare loro una mano. Lui ha chiamato Ivan Zauli, ex giocatore cresciuto nelle giovanili del Cesena, visionario, forse, ma concreto, uno di quelli che non vive con gli occhi sulla nuca, guardando al passato, come tanti ex calciatori anche più famosi, ma pensa al futuro, lavora sul campo dove non cerca rivincite a una carriera mai decollata anche per gli infortuni, ma vuole aiutare i ragazzini a provare quello che lui sentiva in campo: la felicità di giocare, non di annullarsi negli schemi.

In quattro, assieme all’aiuto delle famiglie e amici, come Anna Maria Cunicella, e affidandosi ad allenatori selezionati, hanno lanciato “Football is fun”, il calcio è divertimento, progetto per giovani calciatori felici. La nuova scuola ha trovato una società, la Cluentina, e un giovane presidente, Massimiliano Marcolini, che hanno messo a disposizione campi di gioco e strutture. I giovani allievi non guarderanno video sul tikitaka, ma sull’elastico di Ronaldinho, lo stacco di testa di Cristiano Ronaldo, il dribbling “villero” di Riquelme, uno che una volta disse: «Mio padre mi ha insegnato il futbol per essere felice, e ancora lo sono”. Visti i tempi, capirete, è tutto materiale fuorilegge. E’ un segnale che manda la provincia d’Italia, quella che – più di Roma e Milano – ha prodotto calciatori, e che vede, al Nord come al Sud, altre realtà che cominciano a organizzarsi per recuperare quella tecnica che si è andata persa negli anni. In Calabria, per esempio, un anziano allenatore, Pasquale Bruno, solo omonimo della belva granata, ogni giorno va in campo per migliorare la tecnica dei giovani calciatori, dal controllo di palla alla rovesciata, al punto da inventare strumenti per migliorare il gesto tecnico dei piccoli atleti. Poi, certo, ci vuole anche una cultura sportiva più ampia, che prevede altre discipline per migliorare la coordinazione: nei Paesi slavi i ragazzini, a 14 anni, sono bravi in almeno due discipline. In Inghilterra e Galles, i rugbisti crescono giocando a calcio o facendo atletica.

Beppe Iachini, una volta, ci disse che il problema degli allenatori delle scuole calcio è che pensano più a loro stessi che ai ragazzi: lavorano sui movimenti collettivi e meno sulla libertà in campo, per poter emergere a spese dei giocatori e mostrare ai presidenti di essere pronti per allenare la prima squadra. Il gioco di squadra esasperato azzera le individualità, tiene a freno le gelosie dei genitori, spesso garantisce risultati e introiti. Ma calciatori? Aggiungiamo un altro elemento: i ragazzi delle squadre Primavera, spesso, sono bravissimi nelle diagonali ma non sanno fare una capriola o un allungamento, stando ritti in piedi, a toccarsi le punte. “Non rischiare” è una delle frasi che più hanno devastato il Paese. Ai tempi del cortile, nessuno osava dirtelo perché il bello stava, appunto, nel rischio, nel superare due avversari in un colpo solo. Quando un bambino si stacca dallo spartito e prova una giocata lo fa mostrando coraggio, una piccola grande prova di coraggio, perché sfida le proprie insicurezze, e lo fa davanti all’allenatore, i compagni, i genitori in tribuna. Un adulto non ne è capce. Lo sport ha qualcosa di diverso: ha un contesto in cui il tuo “lavoro” ha un pubblico che guarda e giudica. Frustrarne la libertà produce soldatini, non giocatori, e forse persone che un giorno meno facilmente rischieranno qualcosa, coltiveranno un sogno, provando una metaforica rovesciata per sorprendere se stessi, in campo come nella vita. Ripensare il calcio giovanile e lasciare più liberi i calciatori, non è la soluzione al declino di un Paese, ma un piccolo cortocircuito sì. Solo per questo, bisognerebbe tifare perché Football is Fun abbia successo. Se non per noi, per i nostri figli.

@MBlognotes

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