Quel ”maledetto” protocollo Antoci di Luciano Armeli Iapichino

di Luciano Armeli Iapichino
Maledetto. Come una piaga biblica. O, per restare in tema, come la siccità.
È questo l’attributo associato al protocollo di Legalità e oggi legge dello Stato, messo a punto dal Presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, vittima di un attentato mafioso, dal vice-sindaco di Mistretta Oieni in un incontro pubblico nell’aula consiliare di Nicosia dinanzi a un uditorio composto da allevatori, sindaci delle aree montane e imprenditori del settore silvo-pastorale riuniti per un confronto con l’Assessore regionale all’Agricoltura, Edy Bandiera.
Oggetto in discussione: i seri problemi causati dalla siccità, i ritardi dei fondi regionali, le criticità burocratiche con AGEA, agognate autocertificazioni.
Tra gli interventi, quello del vice sindaco di cui sopra che propone di finirla oltre con il benedetto – maledetto protocollo, confezionato per bloccare i flussi comunitari verso soggetti criminali, anche con la serrata presenza dei Cacciatori dei Nebrodi sul territorio che per i coltellini in tasca agli allevatori alimenterebbe un’esagerazione mediatica parlando di articoli cubitali.

Un esempio di come incenerire, in pochi secondi, un lavoro meticoloso di contrasto all’illegalità messo in atto dallo Stato con tutte le risorse disponibili su un territorio in cui le cosche dal pedigree montano hanno ingurgitato, per anni, la succulente torta dei finanziamenti AGEA  ai danni del macrocosmo delle aziende di settore e in cui, tra l’altro, una vera e propria mattanza impunita è stata perpetrata in poco più di tre lustri in un fazzoletto di terra compreso tra Capizzi, San Fratello, Cesarò.
Un esempio, altresì, di come una caduta di stile da parte di un rappresentante delle istituzioni possa alimentare sulla vicenda Antoci e del suo prezioso lavoro ancora pregiudizi, qualunquismo e tensioni. Alcune considerazioni.
Che sui Nebrodi occorresse un cambio di marcia nell’azione di contrasto a una latente e, da un po’ di tempo, quanto incisiva criminalità organizzata, in un territorio apparentemente cloroformizzato in termini di rilancio e riscatto dal nulla, era ed è evidente oltre che necessariamente auspicabile.
Che le aziende zootecniche oneste hanno pagato e continuano a farlo il prezzo dell’operato delle consorterie criminali dell’area è altrettanto lapalissiano.
Ma puntare il dito contro chi subisce un attentato nel cuore della notte, alimentando, di fatto, anche quell’irritante quanto puntuale mascariamento sulla veridicità o meno dello stesso, diventa azione assai grave e pericolosa.
Perseverare, infine, sferrando un colpo anche all’Arma dei Carabinieri, al suo reparto dei Cacciatori di Sicilia, è diabolico.
Roba da manuale.
E la risposta del Presidente Antoci è giunta puntuale:
“Rimango sorpreso e indignato dall’atteggiamento di un amministratore pubblico, che da vice va a rappresentare il proprio sindaco, ponendo in maniera astiosa la tematica contro un processo di legalità che ha liberato e continua a liberare, in Sicilia e nel resto del Paese, gli agricoltori onesti dalle pressioni della criminalità.
E’ grave, continua Antoci, inaudito ed inaccettabile che proprio un amministratore, il cui Comune ha sottoscritto il Protocollo di Legalità, possa considerare “maledetto” lo stesso, come maledetta è stata la notte in cui, per gli effetti di tale protocollo, sia io che gli uomini della Polizia di Stato, abbiamo subito un attentato mafioso, tra i più efferati della storia della Sicilia.
E ancora: dopo le stragi risalenti a 25 anni fa, che oggi viene attaccato un uomo delle istituzioni significa l’esatto contrario di ciò che viene fuori dall’intervento sconsiderato del vice sindaco di Mistretta il quale, invece di dare valore alla presenza del reparto Cacciatori di Sicilia del Carabinieri, nel nostro territorio, considera gli stessi come coloro che trovando un coltellino lo utilizzano per fare titoloni sui giornali. Io, e tutte le persone che della legalità ne fanno pane quotidiano, non smetteremo mai di ringraziare l’Arma dei Carabinieri ed il suo Comandante Generale per la scelta storica. La scelta d’istituire un reparto che da serenità e sicurezza ad agricoltori ed allevatori i quali prima non potevano uscire dalle loro terre e dalle loro aziende agricole per paura che gli venisse rubato tutto, mentre adesso sono liberi di vivere una vita normale perché la paura adesso ce l’hanno i criminali. Di quanto accaduto e detto nell’aula del consiglio comunale di Nicosia, in queste ore, sono stati interessati gli organi competenti per le valutazioni e gli approfondimenti del caso. Appare chiaro che questa vicenda imbarazzante non ha fatto nient’altro se non turbare serenità e rapporti istituzionali. Sono certo che il sindaco di Mistretta saprà valutare e mettere in atto tutte le decisioni conseguenti, sgomberando il campo dall’imbarazzo istituzionale che investe sia lui che la sua comunità alla quale per vicinanza e radici sono molto legato. Come ho avuto modo di dire in qualche occasione, il mio cuore e le mie radici sono divise tra Santo Stefano e Mistretta. Città alla quale continuerò a stare vicino e stimare, nonostante la caduta di stile del vice sindaco Oieni che la rappresentava all’incontro di Nicosia”.
La vicenda del presidente del Parco dei Nebrodi, in questi mesi, qualcosa ha insegnato o, forse, ha ulteriormente cristallizzato: che le parole, all’interno di questa terra da considerare tela di Dio, vanno usate con cautela per evitare che si annidino negli strati meno fertili della coscienza collettiva come inchiostro deformante o, peggio, proiettili ancor più perforanti.
Le istituzioni. Servono le istituzioni. Quelle vere.
Senza qualunquismo!

In foto dall’alto: Giuseppe Antoci e Luciano Armeli Iapichino

Fonte http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/237-vedi/68840-quel-maledetto-protocollo-antoci.html

 

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